La storia di Virabhadra

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Gli asana, il mito

Come abbiamo già visto, gli asana traggono ispirazione da elementi del mondo naturale, da parti del corpo, da oggetti, divinità.

E quelli che traggono ispirazione dalle storie del mito rivestono un fascino tutto particolare: ci permettono infatti di entrare in contatto con noi stessi, facendoci viaggiare allo stesso tempo nella saggezza, letteratura e nella millenaria tradizione hindu, che scopriamo parlare anche a noi, ancora dopo centinaia di anni e a distanza di centinaia di chilometri.

Oggi parliamo proprio di una delle posizioni yoga più conosciute in assoluto e del mito a cui si ispira: Virabhadrasana, la posizione del guerriero, che prende il nome da un “celebre” combattente, Virabhadra appunto.

Composto dal Sanscrito Vira (eroe) + Bhadra (buono, benevolo, ma anche ferro, acciaio), si tratta di una figura strettamente collegata al dio Śiva.

Ma andiamo con ordine…

Tutto ebbe inizio con un matrimonio…

Il mito di Virabhadra si collega a quello delle nozze di Śiva con Satī, ed è narrato nel poema “Kumārasaṁbhava”, di Kālidāsa (IV-V sec. d.C.).

La storia racconta che nonostante il parere contrario di suo padre Dakṣa, figlio di Brahma, la giovane Satī decise di sposare il dio Śiva, lasciando quindi la casa paterna.

Offeso per questo comportamento, in occasione di una grande festa organizzata nel suo palazzo, Dakṣa invitò tutti  gli dei ad eccezione proprio di sua figlia Satī e di Śiva.

La giovane decise tuttavia di recarsi ugualmente al banchetto, intenzionata ad affrontare il padre; ma dinanzi alla sua indifferenza, addolorata per essere stata respinta, decise infine di togliersi la vita, lanciandosi tra le fiamme dei fuochi rituali.

Quando Śiva fu raggiunto dalla notizia della morte della sua amata, la sua rabbia fu spaventosa (l’ira di Śiva e la sua forza distruttiva sono famosi nella mitologia hindu: si pensi solo che è una delle forme di Śiva la forza che ciclicamente distrugge l’universo).

In preda all’ira, il dio si strappò una ciocca di capelli e la lanciò in terra. E da quel ricciolo, ecco emergere Virabhadra, il guerriero buono, l’eroe d’acciaio, con lunghi baffi, possente muscolatura, mille braccia intente a brandire armi diverse assieme anche al tridente, simbolo tradizionale di Śiva.

Al suo valoroso guerriero, il dio chiese di uccidere Dakṣa.

Il fedele Virabhadra si recò dunque al palazzo, dove uccise tutti gli invitati, e con un colpo della sua spada recise infine la testa di Dakṣa.

Shiva

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A questo punto la tradizione racconta di un autentico colpo di scena.

Il dio Śiva, mosso a compassione per l’accaduto, tornò sui suoi passi e riportò tutti quanti alla vita, fatta eccezione per la giovane Satī. Fece tornare in vita anche Dakṣa, sostituendo la sua testa con quella di un ariete.

Per questo suo atto, Śiva sarà anche ricordato come “Śankar”, il benevolo.

Si riportò dunque l’equilibrio nel mondo ridimensionando il potere di Dakṣa, che potrebbe essere visto come rappresentazione degli eccessi dell’ego, distruttore dell’amore inteso come unione ed equilibrio interiore (Satī).

Al cuore della vicenda si pone il nostro Virabhadra, cui la tradizione yogica dedica un asana, che con le sue 3 varianti “racconta” il mito del guerriero coraggioso. Vediamo come.

Virabhadrasana I, II e III

1. Virabhadrasana I

Il primo asana che prende il nome dal guerriero, rappresenta Virabhadra che si leva dalla terra verso l’alto, emergendo dalla ciocca del dio, lanciata in terra. Vediamo la posizione:

  • Il corpo è ruotato di lato.
  • Una gamba Virabhadrasana Iè in avanti piegata, con il ginocchio che definisce un angolo retto: la tibia è perpendicolare al pavimento, la coscia parallela ad esso.
  • L’altra gamba è diritta, indietro, e si radica bene al pavimento attraverso il piede, che è leggermente ruotato verso l’esterno.
  • Il bacino si trova in retroversione.
  • Le braccia si levano verso il cielo, il torace in espansione, e lo sguardo è rivolto in alto, verso le mani che si uniscono.

Stiamo quindi emergendo dalla terra: a partire dal radicamento, sentiamo accendersi il nostro fuoco interiore e il nostro centro.

2. Virabhadrasana II

Una volta emersi dal suolo, come Virabhadra ci apriamo a brandire la nostra spada. La posizione di Virabhadrasana II si può ritenere rappresenti infatti l’eroe mentre si prepara, con la spada, a sferrare il suo colpo contro il nemico.
Il questo asana:

  • La posizione delle gambe Virabhadrasana IIè simile a quella che si assume in Virabhadrasana I, con la differenza che qui sono leggermente più divaricate.
  • Il bacino è in retroversione, le anche ben chiuse.
  • Il torace è in espansione e le braccia, aperte, corrono parallele al pavimento;
  • Lo sguardo è dritto davanti a noi.

Si tratta di una fra le posizioni più conosciute dello yoga, e praticarla infonde subito un  senso di solidità, determinazione, coraggio.

3. Virabhadrasana III

Il terzo asana che racconta la storia di Virabhadra potrebbe rappresentare l’atto della decapitazione di Dakṣa, e la deposizione della sua testa su di un palo.

In questo Virabhadrasana IIIasana:

  • Il corpo si trova in equilibrio su una gamba, ben radicata al pavimento.
  • L’altra gamba si solleva e si allunga indietro, mantenendosi tuttavia sempre radicata ed attiva.
  • Le braccia si allungano in avanti, con le mani che si uniscono in “sat kriya mudra”.

In questo terzo passaggio coltiviamo sì il radicamento profondo, ma proiettandoci alla ricerca dell’equilibrio, attraverso la consapevolezza e l’ascolto del nostro allineamento.

Virabhadrasana è dunque sequenza di tre momenti, unione di tre in uno: la nascita dalla terra si fa spada, la spada si fa equilibrio.

 

Virabhadrasana I                            Virabhadrasana II                           Virabhadrasana III

Il nostro guerriero interiore

Con le tre posizioni ispirate alla tradizione di Virabhadra, eseguite da entrambi i lati, entriamo nella forma di questo mito, ma in che modo il racconto continua a parlarci, giorno dopo giorno, nella nostra pratica e nella nostra vita?

Beh, possono contarsi tante interpretazioni del racconto mitologico e della sua morale: dal concepire la figura di Virabhadra come simbolo della nostra lotta interiore, o come simbolo della lotta contro l’ingiustizia, o ancora come rappresentazione del nostro guerriero spirituale, l’eroe che è dentro di noi e che con il superamento degli eccessi dell’ego combatte per condurci alla nostra vera natura.

In tutti i casi percepiamo forte il fascino di questa figura. Attraverso il molteplice declinarsi delle sue “forme”, asana dopo asana, Virabhadra ci aiuta infatti nel percorso di consapevolezza verso il nostro vero Sé, verso quell’equilibrio e unione che è lo yoga.

 


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