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Anahata in sanscrito significa “non battuto”, “non percosso”, “suono prodotto senza che due oggetti si tocchino”.
Per estensione identifica il cuore, che per eccellenza “suona da solo”, battendo nel petto, facendo da nostro suono interiore, spontaneo e vivo nel nostro corpo.
Ma non solo: anahata identifica anche il nome del Chakra del cuore.
Moltissimi asana dello yoga prendono il nome da elementi del mondo naturale o animale, secondo la “forma” che evocano, o da parti del corpo, centrali rispetto alla pratica di quell’asana specifico.
Rispetto a questo sistema, anhatasana si pone come una delle pochissime posizioni (assieme a chakrasana), ad essere invece direttamente collegata e nominata a partire da uno dei nostri centri energetici, e non uno qualunque.
Quarto chakra, centrale fra tutti i sette principali, e fulcro di equilibrio dei loro flussi energetici, anahatha chakra è quello che attraverso il calore del respiro ci permette di espanderci, di ammorbidire il corpo, l’ego, le tensioni, le nostre piccole rigidità interiori, per aprirci all’amore da intendere come unione, nel senso profondo del significato dello yoga.
Anahatasana, posizione del chakra del cuore, racchiude dunque in sé tutti questi significati.
Vediamo come realizzarla.
Partiamo dalla quadrupedia.

Prima di entrare in anahatasana, iniziamo a far fluire l’energia nel corpo, praticando per alcune respirazioni la posizione “dinaminca” di marjariasana.
Dalla quadrupedia, dunque, le mani in linea con le spalle, le ginocchia in linea con le anche, sentendo il movimento partire dal sacro, inspirando guardiamo verso l’alto, ed inspirando facciamo la gobba, guardando in direzione dell’ombelico e portando in contrazione l’addome.
Poi inspiriamo nuovamente, muovendo la colonna e portando lo sguardo verso l’alto, e con la prossima espirazione facciamo nuovamente la gobba, guardando in direzione dell’ombelico.
Continuiamo per alcuni respiri e poi ci fermiamo, ci sediamo sui talloni e portiamo la fronte al pavimento e le braccia in avanti, rilassando la posizione.
Dopo aver scaldato il corpo, ci prepariamo alla posizione di anahatasana, riportandoci in quadrupedia.
Da questa posizione, e mantenendo sempre le gambe perpendicolari al pavimento, i piedi puntati, scivoliamo con le braccia in avanti e scendiamo con il petto verso il pavimento, portando infine lo sguardo verso le mani, davanti a noi.

Ci allunghiamo fino a dove possiamo, senza forzare. Non dobbiamo necessariamente arrivare a toccare il pavimento con lo sterno: restiamo invece sempre in ascolto, e ricordiamo di rispettare i segnali e i limiti del nostro corpo (non dimentichiamo mai di portare satya e aimsha nella nostra pratica).
Rimaniamo in questa posizione, con il torace in espansione, la colonna in allungamento, per alcuni respiri. Infine ritorniamo, riportandoci indietro con le braccia, e restando in ado mucha virasana per qualche respiro.
Srotolando poi lentamente la colonna, ci riportiamo seduti sui talloni, e restiamo in ascolto delle nostre sensazioni.


Come abbiamo visto, anahatasana è una posizione intensa, con effetti profondi sotto il profilo fisico ed energetico.
Fisicamente, ci porta ad un intenso allungamento della colonna, portando infatti gli ischi verso l’alto, e allungandoci profondamente in avanti.
Dal punto di vista energetico agisce sul quarto chakra, portando il torace in espansione e le braccia, prolungamento del cuore, in estensione.
Praticando anahtasana, e lavorando sull’ascolto attento e sul respiro, andiamo dunque a lavorare molto in profondità.
Espandendo la zona del torace e allungando le braccia in avanti, sentendo in profondità il nostro respiro nell’addome, andiamo non solo ad allungare ed espandere, ma piano piano abbiamo occasione di
E ancora una volta, ritornando al respiro profondo nell’addome, contattiamo il cuore, sede dell’Atman, anima e nostro maestro interiore, nell’unione con il Tutto.